L’intelligenza artificiale ha acceso una nuova stagione di investimenti nei data center. Il punto più discusso finora è stato il fabbisogno di elettricità. Ma l’altra faccia del problema è l’acqua: quella usata per raffreddare i server e, soprattutto, quella impiegata fuori dai cancelli degli impianti, nelle centrali elettriche che alimentano le infrastrutture digitali. È qui che si apre uno scarto rilevante tra ciò che le big tech comunicano e l’impatto effettivo delle loro attività.

Microsoft, Google, Amazon e Meta pubblicano ogni anno report di sostenibilità con dati sul consumo idrico diretto dei loro siti. Il problema è che questo perimetro copre solo una parte della domanda reale. secondo il Lawrence Berkeley National Laboratory, in un’analisi pubblicata nel 2024 per il Dipartimento dell’Energia statunitense, negli Stati Uniti il consumo idrico indiretto dei data center è stato storicamente circa dodici volte superiore a quello diretto. In altre parole, guardare solo ai litri o ai galloni usati dentro il data center rischia di dare un’immagine parziale del fenomeno. (Fonte: eta-publications.lbl.gov)

Il nodo conta ancora di più perché l’espansione dell’AI coincide con la più grande ondata di costruzione di infrastrutture digitali degli ultimi anni. secondo un’analisi di Carbon Direct, dal gennaio 2024 oltre 170 miliardi di dollari di capacità annunciata nei data center negli Stati Uniti sono stati bloccati, ritirati o rallentati dall’opposizione delle comunità locali. Tra le ragioni ricorrono la poca trasparenza, gli accordi di riservatezza e i timori per l’uso di acqua ed energia.

Il caso Google

Il caso Google è utile per capire il problema. nel suo Environmental Report 2025, pubblicato il 27 giugno 2025, il gruppo ha scritto di aver consumato 10,9 miliardi di galloni d’acqua, con un aumento del 34% rispetto all’anno precedente. Google collega quasi tutto questo uso al raffreddamento dei data center. Ma questa cifra non comprende automaticamente tutta l’acqua usata a monte per produrre l’elettricità necessaria al funzionamento dei server.

Un consumo indiretto sottostimato

Su questo punto si innesta il lavoro di Alex de Vries-Gao, ricercatore della Vrije Universiteit Amsterdam. In uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Patterns, e in una sintesi diffusa dall’università olandese, de Vries-Gao osserva che l’uso idrico indiretto legato all’AI e ai data center è probabilmente sottostimato e, per alcuni operatori, può risultare da tre a quattro volte superiore alle stime ufficiali fondate sui soli dati dichiarati. nel caso di Google, il ricercatore stima un consumo indiretto di circa tre volte maggiore rispetto a quello diretto.

Meta e Microsoft: eccozioni positive

Meta è l’eccezione più citata perché nel proprio report include anche una misura dell’acqua indiretta collegata all’energia acquistata. nel Sustainability Report 2024 il gruppo ha indicato 19 miliardi di galloni di consumo idrico indiretto, oltre venti volte il consumo diretto. Meta ribadisce l’obiettivo di diventare “water positive” entro il 2030, cioè restituire più acqua di quanta ne consumi, attraverso progetti di ripristino e reintegro delle risorse idriche. nei materiali pubblicati finora, però, la società continua a rendicontare soprattutto i progressi sulle operazioni dirette.

Microsoft ha impostato una linea simile. La società conferma l’obiettivo di diventare water positive entro il 2030 e ha annunciato, tra luglio e dicembre 2024, un nuovo design per i data center ottimizzati per i carichi AI che usa un sistema closed-loop, cioè a circuito chiuso, senza evaporazione durante le operazioni di raffreddamento. a giugno 2026 Microsoft ha spiegato che questo modello evita il consumo di circa 125 milioni di litri d’acqua l’anno per singolo impianto. Si tratta però, anche qui, del consumo diretto operativo: la domanda idrica associata all’elettricità resta un capitolo distinto.

Amazon: progressi sostenibili ma parziali

Amazon rivendica a sua volta progressi rapidi. Nei documenti diffusi a giugno 2026, AWS sostiene di aver raggiunto nel 2024 un indicatore globale di water use effectiveness pari a 0,12 litri per kilowattora di carico IT, sette volte migliore della media di settore. Amazon aggiunge di essere arrivata al 75% del percorso verso l’obiettivo di restituire entro il 2030 un gallone d’acqua per ogni gallone prelevato. Anche in questo caso, il dato riguarda il perimetro operativo diretto e non incorpora in modo pieno il consumo idrico legato alla produzione elettrica.

Fonti d’energia e impatto idrico

L’impatto idrico indiretto cambia molto in base a come viene generata l’elettricità. Le fonti termoelettriche, e in particolare carbone e nucleare, richiedono molta acqua per il raffreddamento degli impianti. Il gas naturale tende a richiederne meno, ma resta comunque una fonte con una propria impronta idrica. Eolico e solare, invece, hanno fabbisogni molto più bassi nella fase operativa. Per questo la stessa struttura può avere un’impronta idrica molto diversa a seconda dello Stato, della rete elettrica locale e dell’ora in cui consuma energia.

La logica dei progetti rinnovabili

Le grandi piattaforme sottolineano da anni di acquistare energia rinnovabile in misura pari al 100% dei propri consumi annuali. Google lo ribadisce nei suoi documenti, così come Amazon mette in evidenza oltre 700 progetti eolici e solari nel mondo. Ma acquistare crediti o contratti di fornitura rinnovabile non significa che ogni singolo data center, in ogni momento, sia alimentato da elettricità prodotta senza consumo d’acqua nella stessa area geografica. è questo il punto su cui insistono analisti e studiosi che chiedono una rendicontazione più aderente alla realtà fisica delle reti.

Più pressione in aree a rischio idrico

La questione diventa più concreta nelle aree in stress idrico. Il rapporto “Drained by Data”, pubblicato da Ceres il 23 settembre 2025, prende Phoenix come caso di studio. Secondo l’analisi, oggi la domanda totale di acqua, diretta e indiretta, dei data center nell’area equivale a circa il 3% del consumo annuo della città. entro il 2031 potrebbe superare il 20%. Ceres segnala inoltre che parte della pressione si sposta anche fuori dall’Arizona, in Stati vicini come il New Mexico, dove viene prodotta una quota dell’energia utilizzata.

Il motivo è economico. I nuovi data center si concentrano dove il terreno