Nel corso degli ultimi mesi, i CEO delle principali aziende tecnologiche stanno rivedendo le loro previsioni iniziali sui cambiamenti che l’intelligenza artificiale porterà al mercato del lavoro. Mesi fa, figure come Sam Altman di OpenAI e Dario Amodei di Anthropic avvertivano di un futuro in cui l’AI avrebbe cancellato milioni di posti di lavoro, specialmente quelli entry-level. Ora, invece, si sta facendo strada un messaggio molto diverso, incentrato sull’aumento della produttività e sull’adattamento, e non sull’eliminazione dell’occupazione.

Un messaggio cambiato, ma non scontato

Microsoft è un esempio emblematico di questa inversione di rotta. Quando ha annunciato il licenziamento di oltre 4.800 persone (2,1% della sua forza lavoro globale), l’azienda ha chiarito esplicitamente che i tagli non erano causati direttamente dalla tecnologia dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, si è riconosciuto che il modo di lavorare dovrà evolversi. Anche Sam Altman, ex CEO di OpenAI, ha espresso rimorso per aver esagerato in passato sull’impatto dell’AI su posti di lavoro e ha sottolineato il suo bisogno di interazioni umane in contesti lavorativi e relazionali.

Il discorso di Dario Amodei è stato riformulato in termini di “moltiplicazione di output produttivo”: automatizzando il 90% di un ruolo, l’10% restante può espandersi a pieno ritmo, generando per la persona un output equivalente al 100%. Una posizione simile ha adottato Mark Zuckerberg, che ha espresso un’ipotesi cautelativa: una concentrazione sull’aumento della produttività umana potrebbe aprire la strada a un aumento di posti di lavoro in futuro.

Evidenze non sono sempre rassicuranti

Alcuni dati, però, non sembrano sostenere la versione completamente positiva dell’AI. Fino al mese di maggio 2026, le aziende del settore tecnologico hanno ridotto circa 115.000 posizioni, avvicinandosi ai 124.000 registrati nel 2025 intero. Meta, Amazon e Snap sono tra quelle che hanno citato l’AI come fattore di riduzione. E nonostante le dichiarazioni ottimiste di David Solomon, presidente di Goldman Sachs, che ha ricordato una crescita del 145% nell’occupazione civile statunitense da quando iniziano a registrarsi dati, le prospettive restano complesse.

Un sondaggio dell’EY-Parthenon ha evidenziato una riduzione da 46 a 20% di CEOs che ritiene che l’AI ridurrà l’occupazione significativamente. Tuttavia, le aziende con maggiore investimento su AI hanno contrariamente espanso i loro organici: per circa 10% in totale e addirittura per 12% per posizioni entry-level.

Una questione di credibilità e comunicazione

Peter Wildeford, responsabile politiche dell’AI Policy Network, mette in chiaro che c’è una doppia motivazione dietro le attuali dichiarazioni dei CEO tech. Da un lato, potrebbero in realtà aver corretto le loro valutazioni in base a nuovi dati. Dall’altro, il timing sembra troppo strategico: entrambe le aziende, OpenAI e Anthropic, stanno preparando quotazioni milionarie in borsa. Questo spinge molti a osservare se si tratta di una riformulazione sincera o solo una manovra di comunicazione per influenzare il mercato e la percezione pubblica.

Annunci IPO e il cambio di narrative

Anthropic, leader dietro la creazione del modello AI Claude, ha depositato il proprio registro per la quotazione presso la SEC il 1° giugno 2026. Punta a una valutazione di 965 miliardi dollari e ha Goldman Sachs, JPMorgan e Morgan Stanley come principali sottoscrittori. OpenAI, da parte sua, ha registrato il proprio S-1 con la SEC una settimana dopo, indicando una quotazione mirata a un valore intorno ai mille miliardi dollari. Tuttavia, le prospettive della quotazione di OpenAI potrebbero subire ritardi, con Sam Altman che sta valutando un rinvio al 2027 a causa dell’esempio poco lusinghiero offerto da SpaceX.

La preparazione delle IPO, dunque, sembra coincidere con la riduzione delle previsioni apocalittiche sui benefici di AI. I nuovi messaggi sono incentrati sulla produttività e sull’ottimismo che le tecnologie AI possono portare, pur mantenendo una distanza deliberata da dichiarazioni che potrebbero alimentare paure e regolamenti.

Ilimiti strutturali e i nodi irrisolti

Uno degli aspetti più problematici non riguarda la riduzione netta dell’occupazione, ma invece l'erosione dei percorsi professionali di entrata. Il modello di Amodei suggerisce che l’AI permetterà a persone junior di ottenere un output paragonabile al livello di senior, ma chi ha costruito anni di esperienza potrebbe essere escluso da ruoli tradizionalmente accessibili solo dopo anni di formazione. In questo modo l’AI salta i “gradini” di crescita, rendendo obsoleti alcuni percorsi formativi.

Il risultato? Un mercato che premia coloro che hanno esperienza nel “90% automatizzato” e penalizza chi non ha costruito quell’esperienza. Si apre quindi una questione strutturale: con le tecnologie che avanzano, come si può garantire una formazione continua per coloro che non beneficeranno solo di strumenti cognitivi?

Un paradosso politico

Il cambio di tono da parte dei CEO potrebbe avere effetti politici importanti. Se i dirigenti dicono chiaramente che l’AI non ucciderà il mercato del lavoro e lo trasformerà solo un po’, i governi e organismi regolatori potrebbero ridurre la pressione per adottare nuove leggi di regolamentazione o interventi sociali. Questo elimina l’urgenza di fare qualcosa, un rischio per l’industria stessa.

Ottimismo, sì, ma con riserva

Nonostante il messaggio di cauta ottimismo, i dati e le dinamiche non sembrano totalmente confortanti. I ridimensionamenti di forza lavoro continuano, e i ruoli più in pericolo restano quelli a bassa esperienza e bassa qualificazione. Le aziende grandi stanno usando l’AI come acceleratore di produttività, ma il mercato mostra segnali di polarizzazione e di concentrazione di opportunità a favore di chi già possiede competenze di base.

Conclusione

Il cambio di prospettiva dei big tech su AI e lavoro non deve essere preso come un allentamento del rischio. Potrebbe invece riflettere un insieme di interessi strategici che vanno al di là di un vero cambiamento nei dati. La questione resta aperta: se il rischio non esiste davvero, perché alcuni settori continuano a ridurre di tanto in tanto il numero di occupati? Il paradosso è chiaro: il vecchio allarmismo, per quanto strumentale, almeno generava attenzione. Ora, il nuovo