L’intelligenza artificiale promette efficienza, automazione e costi più bassi, ma il valore generato potrebbe non arrivare ai consumatori. Le grandi software company stanno integrando l’AI nei propri ecosistemi, migliorando margini, produttività e potere competitivo.
Un entusiasmo quasi messianico
Ogni rivoluzione tecnologica è accompagnata da una fase di entusiasmo quasi messianico. L’intelligenza artificiale non fa eccezione. Investitori, commentatori e cittadini osservano i progressi dei modelli linguistici e costruiscono scenari nei quali ogni tecnologia diventa inevitabilmente reale.
In questo futuro immaginato, il cittadino pagherà una sottoscrizione mensile e l’intelligenza artificiale compilerà automaticamente le sue tasse, produrrà fotografia, video e progetti professionali senza richiedere competenze specifiche. Rinnovi, pratiche burocratiche, certificazioni e autorizzazioni saranno gestiti in modo automatico. Le diagnosi mediche saranno più rapide, l’istruzione più efficiente, i trasporti più economici e i consumatori troveranno sempre il prodotto migliore.
Questi scenari non sono pura fantasia. Tuttavia, la distanza tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò che verrà effettivamente realizzato non è affatto trascurabile. Ecco entrare in gioco il potere, inteso come capacità economica e politica di coloro che controllano le risorse tecnologiche.
Chi guida l’aggiornamento
La maggior parte delle analisi sull’intelligenza artificiale si focalizza sulle capacità della tecnologia. Pochissime si concentrano sugli incentivi economici di chi gestisce la tecnologia. Si assume spesso che l’innovazione produrrà automaticamente maggiore efficienza. Questa ipotesi, però, è molto discutibile.
Se la politica è assente o incapace di regolare il processo, saranno le grandi aziende a dominare l‘utilizzo dell’AI. E il loro obiettivo primario non è di ridurre costi per i consumatori, ma piuttosto aumentare i propri profitti attraverso una maggiore produttività.
Il mercato finanziario e la scommessa sull’AI
Nei mercati finanziari, molte società software sono state penalizzate per il timore che tecnologie come ChatGPT, Claude e generatori di immagini potessero rendere obsolete loro stesse. Tuttavia, un esame più approfondito dei dati mostra risultati molto diversi: molte di queste aziende stanno crescendo, integrando l’intelligenza artificiale nei loro prodotti e aumentando la propria redditività.
Casi di successo
Salesforce ha registrato una crescita dei ricavi superiore al 13% e un miglioramento dei margini operativi. Inoltre, ha aumentato le proprie previsioni di profitto per l’anno.
Intuit cresce intorno al 10%, integrando l’AI nei software di contabilità e tassazione, come TurboTax e QuickBooks. L’azienda ha anche ridotto il personale, segnando come conseguenza di questa semplificazione una maggiore efficienza organizzativa.
Adobe rappresenta forse il caso più emblematico. I generati di immagini e i chatbot non hanno minato la sua posizione, ma hanno contribuito a un aumento dei ricavi ricorrenti legati ai prodotti AI. Photoshop e Illustrator continuano a dominare il mercato, con margini operativi vicini al 40%.
Zoom è un esempio interessante anche per la sua partecipazione in Anthropic, una grande società di intelligenza artificiale generativa. La quota di Zoom è valutata intorno ai 1,3 miliardi di dollari, sottolineando come la trasformazione del mercato possa generare profitto anche attraverso investimenti diretti.
Autodesk ha rafforzato la propria posizione con nuove acquisizioni e una strategia di espansione nei settori del progetto ingegneristico. Le entrate crescono continuamente, e la società sembra stare al passo con la trasformazione del proprio ecosistema tecnologico.
Un errore comune: confondere potenzialità con distribuzione
Il problema della narrativa dominante è che confonde intelligenza (la capacità di eseguire un’azione) con distribuzione (la capacità di raggiungere clienti, mercati e prodotti). I modelli AI possono fare molto, ma non possiedono clienti, marchio, infrastruttura o workflow. Invece, aziende come Adobe, Salesforce, Intuit o Autodesk ne beneficiano mantenendo i propri vantaggi strutturali.
Queste aziende hanno milioni di clienti, infrastrutture consolidate, dati proprietari e un vantaggio di scala difficile da eguagliare. L’AI, in questo senso, non sostituisce Adobe né Salesforce, ma si integra ai loro prodotti, aumentando la produttività all’interno di ecosistemi esistenti.
I rischi e le opportunità
La storia della tecnologia non manca di esempi opposti. Aziende una volta dominanti – come Nokia e BlackBerry – hanno fallito non per la concorrenza diretta, ma per l’incapacità di adattarsi a una trasformazione radicale. Le grandi software company, però, almeno per il momento, non sembrano aver commesso lo stesso errore.
Come sta cambiando il mercato
Un esempio concreto di adattamento è Microsoft, che ha integrato OpenAI nel suo sistema produttivo. In modo simile, Salesforce collabora con Anthropic, Adobe sviluppa Firefly e Intuit costruisce assistenti AI per i loro software fiscali. La tecnologia non rompe gli ecosistemi esistenti, ma li potenzia.
Questo processo non garantisce successo, ma suggerisce che il mercato potrebbe aver sottovalutato l’abilità di adattamento delle aziende più forti.
I veri perdenti di questa rivoluzione
I perdenti non saranno necessariamente le grandi aziende. Potrebbero essere quelle che non possiedono dati, clienti, infrastrutture né potere contrattuale: piccole imprese, professionisti autonomi, aziende non integrate nei flussi digitali e intermediari facilmente sostituibili.
Chi non ha potere non può influenzare cambiamenti. Questo potrebbe spingere le aziende senza protezione economica o di mercato a scomparire davanti alla concorrenza digitale. La "distruzione creativa", in questo scenario, colpirebbe soprattutto chi non riesce a partecipare al processo.