L’arrivo dell'intelligenza artificiale ha seminato una grande incertezza in moltissimi settori, ponendo una domanda cruciale senza una risposta definitiva: l'IA ci ruberà il lavoro? La cosa più interessante è che nemmeno coloro che stanno sviluppando questi modelli riescono a dircelo. Tra le posizioni in campo, Sam Altman di OpenAI e Dario Amodei di Anthropic rappresentano due visioni diametralmente opposte.
Altman e il suo cambio di parere
Sam Altman, a capo di OpenAI, ha recentemente smorzato il suo discorso allarmante del passato. Un tempo parlava di intere categorie di lavoro che sarebbero scomparse, ma ora ha una visone più equilibrata, forse condizionata anche dagli impegni futuri dell'azienda, come l'IPO.
Secondo quanto riferito da Reuters, Altman ha ammesso: “Mi alegra essermi sbagliato su questo punto. Pensavo che l'impatto sui lavori amministrativi base sarebbe stato molto maggiore di quanto in realtà abbia avuto". Un cambiamento significativo da parte di chi ha guidato l'evoluzione del settore in questi anni.
Amodei e il rischio di perdere il lavoro
Nel confronto tra le due figure chiave, Amodei di Anthropic si mantiene più caustico. Lui e il fondatore Chris Olah hanno espresso chiaramente, in conferenze come l’etica dell’intelligenza artificiale al Vaticano, la convinzione che l'IA possa sostituire l'uomo su larga scala.
L'approccio di Amodei non si basa su un'ipotetica transizione pacifica, ma sull’idea di un impatto serio e improvviso. Nonostante tecnologia e dati siano comuni, le interpretazioni e i scenari futuri proposti da OpenAI e Anthropic sono totalmente differenti.
AI e costi: non è esatto risparmiare
I dirigenti delle grandi aziende discutono del futuro dell’impiego, ma anche le stesse aziende si stanno rendendo conto che l’implementazione dell'IA non è affatto economica.
Tra i primi a mettere freno a un utilizzo eccessivo dell'IA abbiamo visti aziende come Uber e Microsoft. Secondo quanto pubblicato da Business Insider, il CTO di Uber ha indicato che il costo dell’IA sta diventando sempre più difficile da giustificare. Microsoft per la stessa ragione ha ridotto l’uso dei modelli Claude Code tra i propri dipendenti, segnando una tendenza comune del settore.
Riduzione del tokenmaxxing
L’uso indiscriminato di token, senza un chiaro ritorno economico, sta perdendo slancio. Le aziende si stanno concentrando sul misurare meglio il ROI, evitando sprechi eccessivi.
Domanda crescente per figure tecniche
Pur con i rischi, l’utilizzo dell'IA sta in realtà incrementando la domanda di figure specifiche. La piattaforma di lavoro Indeed ha rilevato una crescita di addetti all’ingegneria del software di circa il 18% nell’anno scorso, mentre il mercato del lavoro in generale ha registrato una contrazione del 4,3%.
La spiegazione sta nella gestione del codice generato dall’IA. Maggiore è l’uso dell’automatizzazione, maggiore è la necessità di controllo umano. L’IA è velocissima nel trovare errori, ma la priorità su cosa sistemare spetta sempre all’intervento umano, un fattore che rimane raro e costoso.
La generazione Z non ci crede
I giovani che entrano nel mercato del lavoro sono particolarmente colpiti da questo contesto. Sanno poco o niente dell'IA e non riescono a competere con essa, ma sono anche troppo vicini alla fine degli studi per cambiare strada.
Data la situazione, la Generazione Z vede l'IA non come un'opportunità, ma come una minaccia diretta alla sopravvivenza dei loro primi posti di lavoro. Secondo un’indagine di Gallup, l'entusiasmo verso l'intelligenza artificiale tra i più giovani è calato di 14 punti percentuali in un anno, mentre il risentimento verso la tecnologia è salito al 31%.
Questi non si limitano a lamentele. Una ricerca pubblicata da Writer in collaborazione con Workplace Intelligence ha rivelato che ben il 44% dei dipendenti della Generazione Z ammette di sabotare attivamente i piani aziendali legati all’implementazione di strumenti basati sull'IA, una percentuale più alta di quella registrata nella forza lavoro generale (29%).
Visionari ma con pochi dati
Di fronte a dati confusi e a opinioni spesso contraddittorie, si può concludere che nessuno ha la risposta completa su cosa succederà al lavoro umano nel futuro prossimo. Non i tecnologi che sviluppano la tecnologia, né i lavoratori che la usano né i giovani che cercano il loro primo impiego.
Probabilmente, non ci sarà né un disastro né una felice transizione per tutti. Sarà una combinazione tra innovazione e crisi, con conseguenze diverse a seconda del settore e della geografia.