Dall’analisi di quasi 21.000 adulti statunitensi con un’età che va da 18 a 75 anni emerge una correlazione inaspettata tra l’uso frequente dell’intelligenza artificiale e un aumento del rischio di sintomi depressivi. Lo studio, pubblicato il 21 gennaio 2026 su JAMA Network Open, mette in luce che tra i soggetti che utilizzano quotidianamente chatbot e algoritmi di intelligenza artificiale generativa, la probabilità di sviluppare depressione moderata aumenta del 30% rispetto a chi non usa questi strumenti.

I dati emergenti della ricerca

L’indagine, condotta da un team leaderizzato dallo psichiatra Roy Perlis del Massachusetts General Hospital e della Harvard Medical School, riguarda un campione rappresentativo di adulti provenienti da tutti i 50 stati degli Stati Uniti. Tra i risultati, si evidenzia che il 10,3% dei partecipanti utilizza l’AI almeno una volta al giorno, mentre il 5,3% lo fa più volte al giorno.

Il rischio maggiore per i disturbi depressivi si manifesta soprattutto tra l’età di 25 e 64 anni, con un aumento del 50% nei gruppi tra i 45 e i 65 anni. Perlis ha spiegato che l’utilizzo frequente dell’AI è collegato anche a un aumento significativo di sintomi emotivi negativi, tra cui ansia e irritabilità.

Un utilizzo che spesso diventa personale

Malgrado una percentuale significativa di utilizzatori (circa il 47%) ricorra all’AI per motivi professionali, una ricerca approfondita svela l’aspetto più intimo del rapporto con le tecnologie digitali: l’87,1% di coloro che usano i chatbot lo fa anche per risolvere questioni personali, come ottenere consigli o ricevere supporto emotivo. È proprio nel contesto di questi rapporti più fragili che si mostra più forte il legame tra tecnologia e malumore.

Un parallelo con i social media

Roy Perlis e i coautori hanno paragonato il contesto dell’utilizzo dell’AI a una correlazione già osservata in ambito di social media, dove si rilevano aumenti paralleli di sintomi psicologici negativi tra utenti frequenti. Emily Anhalt, psicologa e psicoanalista specializzata in salute mentale, spiega che questi dati rispecchiano uno scenario mondiale con un aumento esponenziale di casi di depressione, ansia e burnout.

Correlazione, non causa

I ricercatori sottolineano chiaramente che la correlazione non implica una causalità diretta. Per stabilire una relazione causa-effetto, servirebbe una prospettiva randomizzata, che però è difficilmente applicabile su scala nazionale. Nonostante questo, si avanzano ipotesi sull’effetto dell’uso eccessivo di AI: da un aumento del rischio di dipendenza e isolamento sociale a una possibile aggravazione di condizioni mentali in individui già vulnerabili.

L’uso non supervisionato

Un problema ulteriore riguarda l’adozione dell’AI come sostituto per la consulenza psicologica e la terapia tradizionale. Molti pazienti si affidano a conversazioni con chatbot per ragioni di accessibilità, basso costo e maggiore privacy, ma gli esperti avvertono che un rapporto con una tecnologia non ha gli strumenti per sostituire l’approccio umano di supporto professionale.

Si ricorda, inoltre, che in anni recenti aziende come Character.ai e Google hanno affrontato cause legali a causa di presunti effetti dannosi sui giovani, che in alcuni casi sono stati associati a crisi mentali gravi e persino suicidi tra gli adolescenti.

Una cautela necessaria, non un rifiuto

Nonostante le preoccupazioni, rimangono anche opinioni ottimiste riguardo al potenziale positivo dell’AI applicata alla salute mentale, ma solo se sostenuta da una base scientifica rigorosa. Il messaggio centrale dello studio non è di paura, ma di coscienza, per comprendere che l’AI può essere uno strumento utile, ma non pericoloso in sé: lo sbaglio può derivare da un utilizzo non supervisionato, troppo frequente o che sostituisce rapporti umani e supporto professionale.

Il prezzo della comodità

Il rischio che l’AI possa portare a un indebolimento delle capacità cognitive è già stato documentato in letteratura psicologica, con effetti simili a quelli dell’amnesia digitale, o del debito cognitivo. Quando l’utilizzo della tecnologia si sostituisce al pensiero attivo e all’approfondimento mentale, il cervello rischia di atrofizzarsi.

Resta da capire fino a che punto possiamo equilibrare la comodità tecnologica con un benessere psicologico sostenibile. Finché non sfruteremo l’intelligenza artificiale con consapevolezza e regole scientifiche, non potremo dire di averne sfruttato veramente il potenziale.