Non passa giorno che qualche figura di primissimo livello, in Italia e in Europa, invochi un’accelerazione in materia di intelligenza artificiale. Se è vero che questa tecnologia si sta sempre più imponendo come fattore determinante di competitività, è altrettanto vero che sta alimentando una domanda senza precedenti di capacità computazionale e di infrastrutture energetiche.

In questo scenario si innesta l’intervento normativo voluto dalla Regione Lombardia in materia di Data Center. La Lombardia si sta rapidamente trasformando nel principale hub italiano per la realizzazione di queste infrastrutture, che oggi sono fondamentali ma pongono problematiche complesse in termini di sostenibilità ambientale e sociale, soprattutto su scala locale.

Per contestualizzare, è utile ricordare che qualunque ambizione di sovranità tecnologica europea, oltre a passare per la semplificazione normativa, lo sblocco di capitali e la creazione di campioni su scala europea, passa per la moltiplicazione di quello che potremmo definire il serbatoio dei dati (indispensabili per le nuovissime tecnologie digitali) e, allo stesso tempo, il motore dei modelli di IA. A livello globale, i dati sono chiari. Gli Stati Uniti, con 5427 installazioni, detengono la leadership, seguiti da Germania, Regno Unito e Cina, mentre l’Ue, con 3346 infrastrutture, mostra una distanza considerevole.

A livello nazionale, l’Italia conta 146 data center. Un numero che, pur rilevante, non basta a farci primeggiare in un settore cruciale. Per contrastare questa distanza, nel 2026 si è registrato uno sviluppo importante con l’introduzione dell’articolo 8 del Decreto-Legge n. 21/2026, riconosciendo ufficialmente i data center come infrastrutture strategiche per la competitività del Paese. Questo articolo introduce una procedura autorizzativa unica centralizzata al Ministero dell’Ambiente, o affidata alle Regioni tramite conferenza dei servizi.

La svolta lombarda va al di là di quelle nazionali: la Regione ha approvato la prima legge italiana dedicata ai data center. Tra le novità si registra l'introduzione di uno “Sportello Regionale per i centri dati”, una cabina di regia tecnica e un sistema di pianificazione urbanistica orientata al riuso di aree industriali dismesse.

Il contesto economico che si sta delineando, però, presenta sfide importanti. Il modello che si sta consolidando è uno schema di capitalismo infrastrutturale ad alto impatto. Grandi attori tecnologici acquisiscono aree industriali, stipulano accordi energetici dedicati e costruiscono complessi avanzati, producendo però un impatto sull’ambiente e sull’urbanistica locale sostanziale.

Negli Stati Uniti, il fenomeno ha già generato forti tensioni. È frequentemente il caso che in diverse comunità locali emergano proteste contro l’espansione di nuove strutture tecnologiche accusate di consumare enormi quantità di energia e di acqua senza proporre benefici economici proporzionati. Si tratta di un modello di sviluppo che, se non gestito con criterio, rischia di trasformare i territori in aree di tensione sociale e di distanza crescente tra interesse nazionale e autonomia locali.

Un esempio emblematico si ha in Lombardia con il maxi data center previsto nell’area ex Novaceta di Magenta. Gli aspetti tecnologici e i benefici in termini di avanzamento tecnologico nazionale vengono, però, discussi in parallelo con i problemi legati all’impatto ambientale, all’uso di suolo e al coinvolgimento delle comunità locali.

I dati sul consumo energetico dei data center non sono rassicuranti: uno studio internazionale del 2024 ha rilevato che negli Stati Uniti queste infrastrutture rappresentano più del 4% del consumo totale di energia elettrica. Questi consumi non solo alimentano emissioni climatiche sostanziose, ma pesano anche sull’economia locale in termini di costi energetici crescenti a carico di cittadini e imprese.

Tra le implicazioni principali vi sono quelle economiche. A fronte di investimenti da miliardi di euro, i nuovi poli tecnologici impiegano poche persone. La mancanza di benefici occupazionali rilevanti mette in evidenza un modello non sostenibile a lungo termine, specialmente se i benefici non si ripartiscono in maniera equa tra imprese, istituzioni locali e comunità.

Le tensioni aumentano quando i data center si concentrano su aree limitate: un elevato numero di infrastrutture in una stessa zona esercita pressione su reti idriche, energetiche e urbanistiche. Un recente studio del 2026 sul fenomeno degli “isola di calore” causati dai grandi centri dati stima un aumento medio locale della temperatura di circa 2 gradi Celsius nelle aree circostanti, con potenziali effetti per le condizioni climatiche locali e la salute pubblica.

Le iniziative legislative, se da un lato rispondono all’esigenza di una governance compiuta e centralizzata, dall’altro devono fronteggiare le preoccupazioni di residenti, associazioni ambientaliste e istituzioni locali. Si tratta di un equilibrio delicato, dove la velocità dello sviluppo tecnologico non esclude i rischi per l’ambiente e per l’equità sociale.

Per rispondere efficacemente alle sfide poste da questa crescita esponenziale, il ruolo delle strutture governative dovrà essere centrale. Il coordinamento tra piano nazionale, regionale e comunale diventa essenziale per un modello sostenibile di sviluppo tecnologico, dove l’innovazione procede a braccetto con la responsabilità sociale e la proteggere la sostenibilità ambientale.