Gli ultimi sviluppi del dibattito sul Canone Unico Patrimoniale (CUP) hanno acceso dibattiti serrati tra piccoli operatori di telecomunicazioni e istituzioni locali. Mentre la normativa mira a semplificare la disciplina del canone per l'uso di spazi pubblici, alcune interpretazioni estese rischiano di generare un impatto negativo per quei piccoli gestori che erogano servizi di Internet dove grandi aziende non investono.
Chi sono i piccoli operatori locali
Nella discussione sulle tecnologie digitali, spesso si dà troppa importanza ai grandi piani nazionali, alle grandi aziende e alle reti ad ampio raggio. In Italia, però, esiste un'altra realtà: migliaia di operatori locali, piccoli e di medio raggio, che garantiscono Internet in aree interne e periferiche. Queste aree, molto spesso, non sono appetibili per grandi attori del mercato e richiedono un impegno economico molto alto.
Questi operatori non solo forniscono la connettività ma fanno parte integrante della comunità in cui operano. Collaborano con le autorità locali, supportano le scuole, le strutture sanitarie e la Pubblica Amministrazione. In molti casi sono l’unica soluzione concreta per garantire l'accesso a Internet laddove non sono previsti investimenti significativi da parte di imprese commerciali o di stato.
Che cos’è il Canone Unico Patrimoniale (CUP) e come funziona
Il CUP è stato istituito grazie all’approvazione della Legge 160/2019. L’obiettivo dichiarato era semplificare quelle che erano molteplici tasse locali come TOSAP, COSAP e altri tributi legati all’uso del suolo pubblico. Il canone è destinato a chi utilizza infrastrutture fisiche – come cavi in suolo o impianti pubblicitari – e che quindi occupa un ambito controllato dal Comune.
Tuttavia l’applicazione del CUP sembra andare incontro a molteplici interpretazioni. In particolare, la norma non distingue tra chi investe in rete fisica e chi eroga servizi utilizzando reti di altri. Questo crea un problema molto concreto per quegli operatori che non possiedono infrastrutture, ma collaborano con reti esistenti attraverso accordi regolamentari.
I rischi creati da interpretazioni distorte
Le recenti sentenze della Cassazione hanno ulteriormente complicato la situazione. La Terza Sezione Civile ha chiarito che l’accesso virtuale a una rete di proprietà altrui può configurarsi come occupazione fisica del suolo pubblico, sostenendo che i segnali passino comunque mediante infrastrutture reali. Il risultato? Anche chi si limita a offrire un servizio accessoriale può essere soggetto a pagamento.
Poi le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che il canone ha natura tributaria e quindi deve essere gestito in base alle leggi fiscali, non come un semplice canone patrimoniale. Questo ha generato nuovi dubbi su applicazioni, richieste di pagamento, e su cosa sia considerabile uso fisico del suolo da parte di un operatore.
I rischi per la sostenibilità degli investimenti
Nel settore delle telecomunicazioni, molti piccoli operatori non hanno infrastrutture proprie e utilizzano reti altrui tramite accordi regolamentari. Questo permette di abbassare costi, garantire flessibilità e promuovere competizione. Ma se questo modello è interpretato come una forma di occupazione fisica, rischia di generare un onere economico insostenibile.
Come si presenta l’emergenza
- L’applicazione del canone in base alle utenze minime può carica troppo piccoli operatori.
- Richieste di pagamento per anni precedenti possono generare notevoli problemi di liquidità.
- L'assenza di interpretazioni uniformi tra Comuni fa crescere l'incertezza sul territorio.
- Il carico economico, anche modesto in valore assoluto, può diventare insostenibile per operatori locali.
Il ruolo dell’interrogazione parlamentare
L’on. Enzo Amich, presidente dell’Intergruppo per la Sostenibilità Digitale e Sovranità Tecnologica, ha riconosciuto l’importanza di questa tematica e ha presentato un’interrogazione parlamentare volta a coinvolgere la classe politica e le istituzioni. L’obiettivo è di richiamare l’attenzione del governo sul problema, coinvolgendo ministeri, enti locali e rappresentanze del settore.
Nell’interrogazione si evidenziano diverse criticità. Si inizia dall’importo minimo stabilito per ciascun Comune, che può pesare in modo esagerato su operatori locali con pochissimi clienti. Segue il rischio di arrestare investimenti infrastrutturali, compromettendo l’accesso a servizi essenziali in zone interne o poco popolate.
Quali soluzioni si propongono
Per affrontare il problema, gli esperti suggeriscono la convocazione immediata di un tavolo con tutti gli stakeholder coinvolti: Comuni, enti locali, rappresentanti del mercato e associazioni del settore. La chiave è un confronto costruttivo che tenga insieme equità fiscale, sostenibilità aziendale e accesso a servizi digitali per tutti.
Inoltre, si chiede una ridefinizione chiara e uniforme delle normative, eliminando il rischio di interpretazioni arbitrarie da parte degli enti locali. Si chiede di evitare che il contesto legale non sia regolato solo da contenzioso ma da un insieme di accordi chiari e trasparenti, che tengano conto delle particolarità del mercato locali e del digital divide.
Il contesto più ampio e l’urgenza del problema
Il tema del CUP non è solo tecnico o fiscale, ma sociale e strategico. Se gli operatori che garantiscono la continuità del servizio in aree interne – spesso meno appetibili dal punto di vista economico – vengono esposti a nuovi oneri impossibili da reggere, il rischio è che l'Italia accentui la distanza digitale tra aree centrali e periferiche.
Gli operatori colpiti non sono aziende di grandi dimensioni, ma imprese locali che offrono un servizio essenziale per famiglie, imprese e studenti che altrimenti resterebbero esclusi dal mercato digitale. L’urgenza del problema non può essere sottovalutata, né affidata al tempo, ma richiede una soluzione strutturale e condivisa.
Un confronto costruttivo e una regolamentazione equilibrata
Assoprovider, l’associazione dei provider digitali, è già pronta a contribuire a un confronto istituzionale, offrendo un approccio costruttivo, con proposte concrete. Non si cerca di eludere le normative, ma di farle funzionare in modo equo, rispettando sia la sostenibilità economica degli operatori, sia i diritti dei cittadini