Il futuro della tutela del mare passa anche dagli algoritmi. Nell’Area Marina Protetta di Torre Guaceto, in provincia di Brindisi, è partita una sperimentazione che punta a rivoluzionare il monitoraggio degli ecosistemi marini grazie all’impiego di telecamere subacquee e sistemi di AI capaci di riconoscere automaticamente le specie presenti sui fondali. L’obiettivo è semplice quanto ambizioso: ottenere dati più precisi, continui e affidabili senza disturbare la fauna marina, e mettere a disposizione degli scienziati uno strumento in grado di migliorare la conservazione della biodiversità.
Una collaborazione innovativa
Il progetto nasce dalla collaborazione tra il Consorzio di Gestione di Torre Guaceto, l’Università degli Studi di Napoli Federico II e WSense, azienda italiana specializzata nelle tecnologie per l’Internet of Things subacqueo, guidata dalla professoressa Chiara Petrioli. Le telecamere sono state installate nelle aree più protette della riserva, a circa dieci metri di profondità, dove riprenderanno per sei ore al giorno la vita che si sviluppa all’interno delle praterie di Posidonia oceanica, uno degli habitat più preziosi del Mediterraneo.
La vitalità della Posidonia oceanica
La Posidonia non è una semplice pianta marina. È un ecosistema fondamentale perché offre rifugio e nutrimento a centinaia di specie, protegge le coste dall’erosione e contribuisce ad assorbire grandi quantità di anidride carbonica. Monitorarne lo stato di salute significa quindi osservare uno degli indicatori più importanti dell’equilibrio del Mare Nostrum.
Tecnologia all’opera
La vera innovazione, però, non è rappresentata soltanto dalle videocamere. Le immagini raccolte vengono elaborate attraverso algoritmi di AI e tecniche di deep learning che sono in grado di riconoscere, classificare e catalogare automaticamente i pesci e gli altri organismi marini, oltre a individuare eventuali cambiamenti nell’ecosistema. Ai dati video si aggiungono anche informazioni ambientali, come la temperatura dell’acqua, che permettono di costruire un quadro molto più completo rispetto ai monitoraggi tradizionali.
Il ruolo del controllo umano
Naturalmente il giudizio finale non viene lasciato alle macchine. I risultati prodotti dagli algoritmi saranno verificati e validati da Francesca Acampa, dottoranda del Dottorato Nazionale della Biodiversità presso il Laboratorio di Ecologia Marina dell’Università Federico II, coordinato dalla professoressa Simonetta Fraschetti. L’AI accelera il lavoro dei ricercatori, ma resta l’esperienza umana a garantire l’affidabilità scientifica dei dati.
I limiti dei metodi tradizionali
Il motivo di questa sperimentazione è legato anche ai limiti delle tecniche utilizzate finora. I monitoraggi tradizionali richiedono immersioni, personale altamente specializzato, tempi lunghi e costi elevati. Inoltre producono spesso dati frammentari, insufficienti per comprendere come cambiano gli ecosistemi nel corso degli anni. I sistemi di monitoraggio video passivo consentono invece di raccogliere grandi quantità di informazioni senza interferire con il comportamento degli animali, offrendo una fotografia molto più realistica della biodiversità marina.
Un modello per il futuro
Secondo Stefano Convertini, presidente del Consorzio di Gestione della riserva, “l’iniziativa rappresenta un importante passo avanti verso lo sviluppo di sistemi di monitoraggio sempre più efficienti, continui e sostenibili”, aggiungendo che quanto realizzato a Torre Guaceto “farà ancora una volta scuola anche oltre i confini europei”.
L’AI in ricerca ambientale
L’iniziativa si inserisce in una tendenza che vede l’AI assumere un ruolo sempre più importante nella ricerca ambientale. Negli ultimi anni strumenti basati sull’apprendimento automatico sono stati adottati in diversi progetti internazionali:
- Identificazione automatica di specie animali
- Monitoraggio dello stato delle barriere coralline
- Analisi di immagini satellitari
- Individuazione di reti da pesca illegali
La possibilità di elaborare milioni di dati in tempi ridotti permette infatti ai ricercatori di concentrarsi sull’interpretazione dei risultati e sulle strategie di conservazione.
Dai dati alla conoscenza
La sfida, oggi, non è soltanto raccogliere dati, ma trasformarli in conoscenza utile per proteggere gli ecosistemi. Se la sperimentazione pugliese confermerà le aspettative, il modello potrà essere replicato in altre aree marine protette italiane ed europee.
Una sostenibilità congiunta
Un esempio concreto di come l’innovazione tecnologica possa diventare uno strumento al servizio della natura, dimostrando che AI e sostenibilità non sono mondi separati, ma possono lavorare insieme per difendere uno degli ecosistemi più preziosi del pianeta. Le possibilità offerte da questa combinazione potranno non solo preservare i mari ma anche aprire nuove frontiere di ricerca e conservazione.