La divisione dei due livelli

La governance americana dell’Intelligenza Artificiale ha mostrato una struttura bilivello a metà 2026. Da un lato, l’approccio formale, promosso dal presidente Donald Trump in un ordine esecutivo del 2 giugno, enfatizza l’autonomia dei mercati e l’innovazione non regolamentata. Dall’altro, il governo usa meccanismi di controllo strategico sottili, esercitati tramite il Dipartimento del Commercio e i controlli sull’esportazione di tecnologie AI.

L’ordine esecutivo di Trump, ufficialmente intitolato “Promoting Advanced Artificial Intelligence Innovation and Security”, è stato studiato per evitare qualsiasi obbligo per le aziende di richiedere autorizzazioni o sottoporsi a verifiche formali. Nella Sezione 3(c), si afferma esplicitamente che “niente in questo documento autorizza la creazione di un regime obbligatorio di licensing, preclearance o permetting per lo sviluppo, pubblicazione e distribuzione di modelli AI”.

Il caso concreto: Stop ad Anthropic

Una volta chiarito questo contesto, il 12 giugno il Dipartimento del Commercio ha colpito con un colpo di scena. Ordinando ad Anthropic di sospendere l’accesso ai modelli “Fable 5e Mythos 5”, si è messa a nudo una dinamica sottostante: il controllo dell’accesso geolocalizzato ai modelli di grandi AI è una leva strategica per il potere Usa.

La sospensione ha riguardato non solo cittadini europei, ma qualsiasi utente straniero, dentro e fuori gli Stati Uniti. Il messaggio che ne emerge è chiaro: i prodotti AI non sono un bene universale, ma risorse strategiche che possono essere rimosse quando e dove lo richiede la politica.

I limiti europei

Per l’Europa, la situazione mostra due principali debolezze. In primo luogo, l’AI Act, pur rappresentando una cornice regolamentare avanzata, non è equiparata alla potenza di blocco o di controllo esercitata dagli Stati Uniti. In secondo luogo, l’industria europea si affida pesantemente ai modelli frontier statunitensi, una situazione che rende l’Europa vulnerabile a decisioni unilaterali di tipo governativo Usa.

Senza un’infrastruttura autonoma e una strategia di sviluppo interno ben definita, l’Unione Europea rischia di rimanere intrappolata in un modello di importazione e di dipendenza tecnologica. Ecco perché gli investimenti nell’AI made in Europe sono non solo strategici, ma necessari per costruire sovranità tecnologica.

La strada europea verso l’autonomia

Per rispondere a questa pressione Usa, la Commissione Europea dovrà accelerare sull’implementazione di modelli di AI sviluppati internamente. Il partenariato pubblico-privato dovrà diventare più integrato, con incentivi per aziende locali capaci di offrire alternative valide a quelle americane.

Un esempio concreto è il programma Horizon Europe, che potrebbe stanziare fondi mirati allo sviluppo di grandi modelli AI locali, soprattutto per applicazioni critiche come sanità, trasporti e servizi pubblici. Si tratta di una scommessa non solo tecnologica, ma anche sociale e politica.

I benefici economici e sociali

Costruire modelli AI europei avrebbe un impatto diretto sull’economia locale. Si potrebbero creare migliaia di posti di lavoro in settori ad alta specializzazione, da data scientist a ingegneri del software. Inoltre, una governance più consapevole del dato utente potrebbe aumentare la fiducia dei cittadini rispetto all’AI, creando una base più stabile per la crescita digitale.

Gli esempi interni non mancano: Francia e Germania stanno già investendo miliardi per strutturare nuovi centri di ricerca AI, ma per fare realmente la differenza è richiesto un piano a livello europeo e un forte coordinamento per evitare sprechi di risorse.

Le sfide e i tempi del cambiamento

Però i tempi non sono brevi. Gli Stati europei dovranno mettersi d’accordo su una strategia comune, mentre i tempi di sviluppo tecnologico non permettono di arrivare in breve al livello degli Usa. Senza dubbio, ci saranno resistenze interne, tra le aziende che preferiscono i prodotti Usa, e quelle che invece investono sull’autonomia.

La chiave di volta è la capacità di fare scelte chiare a livello politico e di spingere su una transizione che, se ben gestita, potrebbe rendere l’Europa il primo mercato globale in cui l’AI funziona per i cittadini anziché per pochi gruppi di interesse.