L’intelligenza artificiale sta cambiando in modo radicale il modo in cui produciamo conoscenza, prendiamo decisioni e interagiamo gli uni con gli altri. Tuttavia, alcuni accademici hanno espresso preoccupazione per il fatto che l’AI non sia semplicemente uno strumento, ma una minaccia strutturale per le fondamenta della democrazia, il sistema educativo e lo stato del diritto.
Due professori della Boston University School of Law, Woodrow Hartzog e Jessica M. Silbey, hanno recentemente pubblicato uno studio intitolato “Come L’IA distrugge le istituzioni”, nel quale analizzano come l’AI generativa non solo non sia un mezzo neutro, ma una tecnologia con caratteristiche strutturali che possono indebolire progressivamente le strutture civiche.
Le istituzioni: base della società
Lungi dall’essere semplici organi di governo, le istituzioni civiche sono il motore centrale della vita democratica. Servono infatti a garantire la stabilizzazione sociale, permettere una comunicazione efficace e a trasmettere conoscenza in modo legittimo. Attraverso le istituzioni, i valori fondamentali come la libertà, l’equità e la responsabilità sono concretizzate. Senza di esse, i cittadini non hanno un sistema chiaro in cui poter partecipare o assumersi rischi intellettuali.
Le loro caratteristiche principali sono:
- promuovere il benessere sociale attraverso la collaborazione;
- mantenere la stabilità in un contesto di crescente complessità;
- assicurare regole fisse che permettono comunque un adattamento alle nuove sfide.
La minaccia dell’AI
I due accademici sostengono che l’utilizzo esteso dell’IA mette in crisi le istituzioni esistenti per diverse ragioni. Non si tratta necessariamente di come vengono utilizzate le tecnologie, ma di come esse sono intrinsecamente progettate. Il rischio, quindi, non è limitato a un uso scorretto, ma deriva da una struttura che può compromettere il funzionamento stesso delle istituzioni.
L’indebolimento dell’espertise
Il primo effetto strutturale dell’AI è il marginalizzazione del sapere. Le persone, attratte da risposte rapidi e apparentemente esperte fornite dagli algoritmi, tendono a delegare loro compiti sempre più complessi. Questo processo genera un’atonia intellettuale, dove l’apprendimento si riduce e le decisioni vengono prese in base a dati prodotti da sistemi algoritmici non sempre corretti. L’effetto? Una perdita di capacità umana di ragionamento e una crescente dipendenza tecnologica.
Cortocircuiti decisionali
Un secondo problema riguarda la delega di decisioni importanti a sistemi opachi. Quando l’AI prende una decisione, non solo la prende in maniera automatizzata, ma elimina un passaggio centrale delle istituzioni: il confronto tra punti di vista diversi. Le persone vengono escluse da processi decisionali fondati su dibattiti pubblici, discussioni trasparenti e scelte motivate. Questo indebolisce l’idea di democrazia, in cui ogni decisione dovrebbe tener conto dell'esperienza umana e non solo del dato.
Isolamento e perdita di connessione sociale
L’ultimo effetto rilevato è l’isolamento: l’AI, mediante interazioni personalizzate, riduce il numero di relazioni umane. Questo non solo mina la collaborazione tra individui, ma elimina quelle interazioni che costruiscono la coesione sociale. Senza dibattiti, senz’ascolto e senza confronto, le persone diventano più fragili dal punto di vista psicologico e sociale. E a colpire non è tanto ciò che l’IA sostituisce con la sua efficienza, quanto ciò che toglie alla società umana.
Persone e idee italiane in campo
In Italia, il dialogo su come l’AI sta trasformando la società sta crescendo. Teresa Numerico, docente di Logica e Filosofia della Scienza all'Università Roma Tre, ha sottolineato come i dati e gli algoritmi non siano affatto oggettivi, poiché incorporano scelte politiche e valori culturali. Secondo Numerico, l’AI non solo non è un supporto neutro, ma contribuisce a costruire una rappresentazione soggettiva della realtà. Il risultato? Una perdita di autonomia e un aumento dell’opacità decisionale.
Cosimo Accoto, con la sua opera “Il pianeta latente”, si sofferma su un piano più metafisico, riconoscendo che l’AI non è solo una minaccia per istituzioni specifiche, ma per la stessa costruzione del senso comune. Accoto parla di una trasformazione “ontologica”, dove il significato degli strumenti con cui comprendiamo la realtà cambia completamente. La verità, la decisione e la responsabilità umana si destrutturano, lasciando spazio a modelli computazionali.
Un bisogno di riconsiderazione etica
Davanti a questi cambiamenti strutturali, non è sufficiente regolare l’AI in modo tecnico. Come sottolinea il filosofo Adriano Fabris, autore di “La filosofia nell’epoca dell’intelligenza artificiale”, è necessario sviluppare un orientamento etico per gestire questa rivoluzione. L’etica diventa quindi lo strumento principale per evitare che la tecnologia produca disorientamento e frammentazione sociale.
Nonostante le differenze di prospettiva tra accademici italiani e americani, la convergenza su un punto centrale è chiara: l’AI non è neutra né innocua. Essa modifica la distribuzione del potere, ridefinisce la competenza e ridefinisce i ruoli umani all’interno di strutture tradizionali.
Un’analisi critica
Andrew M. Perlman della Suffolk University Law School ha però sollevato alcune critiche all’approccio di Hartzog e Silbey, sostenendo che l’analisi sia fortemente idealizzata. Perlman richiama l’attenzione sul fatto che le pretese di trasparenza, democrazia e trasmissione di conoscenza attribuite alle istituzioni siano spesso solo teoriche. Le università, lo stato di diritto e il giornalismo funzionano in pratica in modo disfunzionale o fragile, e quindi l’AI potrebbe non esagerare un problema esistente, bensì migliorarlo.
Le critiche di Perlman non invalidano il punto di vista di Hartzog e Silbey, ma lo sfidano ad affrontare in modo diretto il dibattito sui limiti strutturali delle istituzioni. In questo senso, la discussione sull’IA non riguarda solo il presente, ma anche la prospettiva futura, dove tecnologia e società coevolvono.
Tra minaccia e trasformazione
La questione, in fondo, non è solo tecnologica né giuridica, ma ontologica. L’intelligenza artificiale ci chiede di riconsiderare chi siamo e dove andiamo come società