L’intelligenza artificiale (AI) sta cambiando il lavoro più rapidamente rispetto alle normative in grado di regolarizzarla. Un confronto tra David Autor del Mit, Anton Korinek dell’Università della Virginia e Martha Gimbel di Yale rivela interpretazioni diversissime pur partendo da analisi simili.
L’intelligenza artificiale presenta un potenziale notevole: può aumentare la produttività, ridurre i costi e accelerare compiti precedentemente richiesti da ore umane. Tuttavia, si mantiene una domanda cruciale: quanti posti di lavoro perderanno in cambio di quelli che ne verranno creati? Questo dilemma è tornato al centro del dibattito pubblico grazie alla discussione pubblicata dal Wall Street Journal il 28 giugno 2026, in cui questi economisti hanno espresso opinioni molto varie.
La varietà delle visioni espresse dagli economisti rappresenta fedelmente gli spettri di opinioni che dominano il dibattito pubblico oggi. Da un lato c’è chi ritiene che l’AI stia portando una specie di rivoluzione industriale, diminuendo il peso del lavoro rispetto al reddito nazionale. Dall’altro, invece, si sottolinea che le economie moderne hanno invariabilmente dato vita a nuove professioni ad ogni ondata tecnologica. Al momento il cambiamento investe soprattutto attività d’ufficio, servizi informativi e mansioni cognitive ripetitive.
La visione pessimistica di Anton Korinek
Anton Korinek manifesta una visione particolarmente pessimista. Nella sua conversazione con il Wall Street Journal, Korinek sostiene che sistemi artificiali capaci di realizzare compiti cognitivi a livello umano potrebbero rendere il lavoro meno raro e quindi meno renumerativo. La conseguenza, per lui, sarebbe una riduzione della quota di reddito destinata al lavoro, che oggi si attesta intorno al 60% nelle economie avanzate. Emerge anche la necessità di introdurre nuovi meccanismi di redistribuzione del reddito, non legati rigorosamente allo stipendio.
La prospettiva equilibrata di David Autor
David Autor, invece, non sposa l’idea di un’apocalisse tecnologica. La sua tesi è che la tecnologia non si limiti ad automatizzare, ma molte volte completi le competenze umane, trasferendo il valore verso lavori più specializzati e aprendo nuove opportunità di mercato. Tuttavia, Autor mette in guardia: esistono rischi per specifiche categorie lavorative. A rischio sono i call center, i traduttori, i funzionari amministrativi di livello intermedio, i copywriter, parte dell’editoria, gli illustratori e alcuni servizi informatici standardizzati.
La mediazione di Martha Gimbel
Martha Gimbel, occupa un punto intermedio tra le due visioni. Lei osserva che le grandi piattaforme tecnologiche spesso si concentrano su attività con obiettivi misurabili, ben strutturati e ripetibili. Tuttavia, la maggior parte dei lavori reali non è così predittiva. Secondo Gimbel, alcune previsioni molto drammatiche tendono a sopravvalutare la capacità dell’intelligenza artificiale di sostituire rapidamente il lavoro umano al di fuori dei laboratori di tecnologia.
I dati dell’economia globale
I dati disponibili non mostrano al momento una scomparsa definitiva occupazionale. Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stima che entro il 2030, circa il 22% dei posti di lavoro formali subirà una qualche modifica: 170 milioni di nuovi ruoli e 92 milioni di posti spostati o eliminati, con un aumento netto di 78 milioni. Questi numeri non tengono però conto di una realtà più complessa.
Infatti, un surplus positivo non garantisce necessariamente una transizione semplice. I nuovi posti di lavoro non si sovrappongono per luogo, età, competenza e salario con quelli eliminati. Questo è il motivo per cui istituzioni internazionali e economisti si preoccupano che la transizione non riguardi solo la quantità di lavoro, ma soprattutto la capacità dei lavoratori di adattarsi ai nuovi ruoli.
I rischi specifici per le professioni
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel suo aggiornamento del 2025 ha osservato che un lavoratore di quattro nel mondo ha un qualche tipo di esposizione alla Gen AI. L’ufficio amministrativo è la categoria più a rischio seguito da mansioni tecnico-specialistiche ad alta digitalizzazione. L’ILO sottolinea che l’esposizione non implica necessariamente un sostituzione, ma spesso una trasformazione del contenuto del lavoro che richiede un’adattabilità da parte del lavoratore.
I tre economisti concordano su alcuni settori in particolare a rischio. Korinek menziona chiaramente le professioni da computer ("laptop professions"); Autor punta i servizi informazionali intensivi; l’ILO sottolinea le mansioni d’ufficio. Anche il Fondo Monetario Internazionale indica donne, laureati e lavoratori anziani come gruppi spesso più esposti all’influenza dell’AI.
La trasformazione dei colletti bianchi
Il dibattito si è concentrato sui colletti bianchi a fronte di una preoccupazione crescente per l’automazione. Mentre in passato l’automazione interessava soprattutto attività manuali fisiche, ora l’AI ha un ruolo chiave nella scrittura, nel supporto clienti, nella ricerca documentale, nell’analisi di testi, nella creazione grafica e nella programmazione. La sua diffusione è lenta ma costante, permettendo alle aziende di risparmiare risorse in settori precedentemente considerati non automatizzabili.
I dati macroeconomici non suggeriscono, al momento, un collasso completo nel mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, il tasso di disoccupazione a maggio 2026 è rimasto stabile al 4,3%, con un aumento di 172 mila occupati nella categoria nonfarm payrolls. Però si osserva una riduzione in settori specifici, come i servizi finanziari, segnalando una riconsiderazione da parte dell’industria.
Effetti futuri e preparazione
La tenuta del mercato non risolve la questione. L’effetto dell’innovazione tecnologica può apparire nei dati economici solo dopo un periodo di diffusione e adattamento. Molte aziende utilizzano l’AI come strumento per bloccare nuove assunzioni, esternalizzare o, in ultima analisi, ridurre i controlli. Il Fattore Economico, quando interviene, si presenta spesso in forma frammentata anziché uniforme.
Un segnale importante arriva dal rapporto "AI at Work" di BCG del 3 giugno 2026, che rivela che il 74% dei lavoratori intervistati utilizza regolarmente l’AI, con risparmi di almeno un giorno lavorativo a settimana per il 42%. Due terzi, però, non ricevono una guida chiara per utilizzare il tempo recuperato. Questo significa che la produttività cresce prima che le organizzazioni si siano organizzate per valorizzare al meglio le capacità umane rimanenti.
I benefici potenziali
L’ottimismo sostenuto da Autor e Gimbel si basa sul fatto che se la produttività