La minaccia è arrivata il 15 giugno, poche ore prima del summit del G7 a Evian. Trump ha esigito che la Francia abbatte la sua tassa del 3 % sui redditi generati nell’Unione europea da piattaforme americane come Google, Apple, Meta, Amazon e Microsoft. Questa imposta è attiva dal luglio 2019 e l’aveva introdotta Parigi dopo il fallimento delle negoziazioni europee per concordare una tassazione comune a livello transatlantico.
Il sistema era pensato come temporaneo, fino a che all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economici (OCDE) non si raggiungesse un accordo globale che risolvesse le questioni fiscali del settore digitale. Sei anni più tardi, invece, la tassa è ancora in vigore. Anche altri paesi dell’UE hanno adottato forme simili, tra cui Austria, Italia, Spagna, Polonia, Portogallo e Ungheria.
Macron resta fermo, Trump si innervosisce
Interrogato durante il telegiornale di TF1 a Evian, Emmanuel Macron non ha lasciato alcun margine di dubbio: la tassa è riconosciuta a livello europeo, diversi paesi la applicano e la decisione in materia fiscale spetta esclusivamente alla Francia. Il presidente ha ribadito la sua intenzione di proseguire per un confronto "rispettoso, ma fermo" e ha ricordato che barriere tariffarie di questo tipo non giovano a nessuno, ancor di meno tra nazioni del G7.
Trump, però, ha espresso il suo punto di vista sul New York Post con la sua solita durezza. Secondo lui, Macron deve eliminare la tassa affinché la pressione possa cessare. Altrimenti – minaccia – saranno i vignaioli francesi a pagare il prezzo. Il Canada ha già ceduto a questa pressione l'anno scorso, abbandonando la sua versione della tassa digitale per preservare i negoziati commerciali con gli Stati Uniti. Si tratta, per Washington, di un esempio tangibile che la strategia funziona.
La discussione legislativa in Francia ha alimentato lo scontro
Le tensioni sono salite ulteriormente in autunno 2025. Un deputato del gruppo Renaissance aveva presentato un emendamento al bilancio 2026 per elevare la tassa da 3 a 15 %. La risposta dal Congresso statunitense è stata immediata: la commissione "Ways and Means" ha definito l’azione una "offensiva ingiustificata" e ha evocato la possibilità di ritorsioni. In risposta, l'allora ministro dell’Economia, Roland Lescure, ha commentato in modo più moderato, sostenendo che "l'audacia non è male ma andare a testa basso è peggio".
L’emendamento al ribasso del 15 % è stato in seguito ritirato a favore di un compromesso al 6 %. Nonostante questo, l'escalation diplomatica da parte degli Stati Uniti era già innescata.
Vignaioli francesi coinvolti nell’escalation
Trump non mette sul piatto tasse sul software francese né punta i satelliti spaziali del Gruppo Airbus. Il suo bersaglio è il vino: elemento simbolico della cultura francese e settore strategico per l’esportazione. La Fédération des exportateurs de vins et spiritueux ha espresso cautela. Il suo presidente riconosce che il differendo va al di là delle sole esportazioni viti-vinicole, ma precisa che il settore potrebbe pagare l’effetto della controversia.
Si ricorda che nel 2019 Washington aveva già avanzato la stessa richiesta utilizzando la procedura statunitense detta "Sezione 301", senza peraltro mai procedere concretamente. Ora però il bilancio del potere di contrattazione sembra invertito: Trump ha il supporto delle aziende high-tech di Silicon Valley e di un Congresso determinato a non restare in disparte in una questione tanto delicata.