L’intelligenza artificiale sta avanzando più rapidamente della capacità dei governi di capirla, misurarne i rischi e costruire regole efficaci. Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, lo ha ribadito il 6 luglio 2026 a Ginevra, aprendo il primo Global Dialogue on AI Governance, il tavolo voluto dall’Assemblea generale dell’Onu per riunire tutti i 193 Stati membri, insieme a imprese, ricercatori e società civile. L’avvertimento arriva in una fase in cui i modelli diventano più potenti, l’adozione industriale accelera e la governance resta frammentata.

Il punto politico è: l’AI non è più soltanto una questione tecnologica. È materia economica, industriale e geopolitica. Chi controlla i modelli, i dati, i chip, i data center e gli standard tecnici controlla una quota crescente della produttività futura. Per questo il richiamo dell’Onu va oltre il perimetro dei diritti digitali e tocca investimenti, commercio, mercato del lavoro e rapporti tra grandi potenze.

Un tentativo di costruire una base comune

Alla base del vertice di Ginevra c’è il rapporto preliminare del nuovo Independent International Scientific Panel on AI, organismo istituito dall’Onu con risoluzione del 26 agosto 2025. Il panel, composto da 40 esperti selezionati tra oltre 2.600 candidature provenienti da 140 Paesi, sostiene che le capacità dell’AI stanno superando sia la comprensione scientifica sia la velocità con cui i governi riescono a reagire. È il primo tentativo delle Nazioni Unite di costruire una base comune di evidenze prima di negoziare strumenti di governance più robusti.

Nel rapporto, gli esperti segnalano almeno quattro criticità:

    • La concentrazione dello sviluppo in poche imprese e in pochi Paesi
    • Il salto verso sistemi più autonomi, i cosiddetti agentic systems, che rendono più difficile prevedere il comportamento delle applicazioni
    • I rischi sistemici: cyberattacchi, disinformazione, uso militare, errori ad alto impatto in sanità, finanza o amministrazione pubblica
    • La disuguaglianza: i benefici economici rischiano di concentrarsi dove già esistono capitale, infrastrutture e competenze

Squilibri economici e occupazionali

Il nodo regolatorio ha una ricaduta immediata sull’economia. L’AI promette aumenti di produttività, automazione di compiti cognitivi e nuovi mercati nei servizi professionali, nella manifattura, nella logistica e nella sanità. Ma il ritmo di diffusione non è uniforme. I Paesi che dispongono di infrastrutture digitali, potenza di calcolo, capitali privati e capacità di ricerca possono assorbire i benefici con maggiore velocità.

Gli altri rischiano di importare tecnologie sviluppate altrove senza incidere sulla catena del valore. Il Fondo monetario internazionale ha già messo in guardia su questo squilibrio. In un'analisi dedicata al futuro del lavoro, l’Fmi stima che nelle economie avanzate circa il 60% dei posti sia esposto all’AI; nei mercati emergenti la quota scende al 40%, nei Paesi a basso reddito al 26%.

L’esposizione, però, non coincide automaticamente con perdita di occupazione. Una parte dei lavoratori potrebbe guadagnare in produttività, mentre un’altra potrebbe subire sostituzione, pressione salariale o svalutazione delle competenze. Il risultato dipenderà da politiche industriali, formazione e tempi dell’adozione.

Regolazione come strumento per distribuire benefici

La regolazione non serve solo a ridurre i danni. Serve anche a distribuire i benefici. Senza regole condivise su trasparenza, responsabilità, accesso ai dati e interoperabilità, il rischio è che l’AI allarghi il divario tra grandi piattaforme e resto dell’economia, tra imprese leader e PMI, tra Nord globale e Paesi che arrivano più tardi.

Un principio chiaro di Guterres

Guterres insiste da mesi su un principio: nessun Paese può governare da solo una tecnologia che si muove su scala globale. Già a febbraio, a Ginevra, il segretario generale aveva definito l’AI una tecnologia che viaggia “alla velocità della luce” e aveva chiesto “guardrail” condivisi. Nel dialogo di luglio, la posizione si è tradotta in un messaggio più operativo: creare un lessico comune, coordinare standard minimi e portare nel tavolo negoziale anche gli Stati che oggi contano poco nella corsa industriale all’AI.

È un passaggio importante perché, finora, la governance dell’AI è rimasta spezzata tra approcci nazionali o regionali. Gli Stati Uniti hanno privilegiato una linea più flessibile e guidata dal mercato. L’Europa ha scelto una regolazione preventiva basata sul rischio. Altri Paesi puntano soprattutto sull’attrazione degli investimenti e sul controllo strategico dei campioni nazionali. L’Onu prova a riaprire la partita su un piano multilaterale, con un obiettivo minimo: evitare che si consolidi un ordine regolatorio diseguale, in cui pochi attori decidono regole, standard tecnici e soglie di sicurezza per tutti gli altri.

L’AI Act e il modello europeo

Nel frattempo l’Unione europea resta il laboratorio normativo più avanzato. Il regolamento europeo sull’AI, il cosiddetto AI Act, è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Ue nel luglio 2024 e costruisce un quadro armonizzato per lo sviluppo, l’immissione sul mercato e l’uso dei sistemi di AI. La logica è quella del rischio: obblighi più stringenti per le applicazioni considerate ad alto impatto e, più di recente, un capitolo specifico per i modelli di AI per finalità generali.

Segnali di allarme crescenti

Il richiamo dell’Onu arriva mentre si moltiplicano segnali simili in altri contesti. Il 1° luglio il panel scientifico delle Nazioni Unite aveva già avvertito che un progresso senza controlli adeguati può generare rischi anche catastrofici. Nello stesso rapporto si sottolinea che gli strumenti di sicurezza oggi disponibili spesso dipendono da dati di test limitati e dalle informazioni diffuse dalle stesse aziende. In altre parole: chi regola conosce meno di chi sviluppa. È uno squilibrio che pesa su qualsiasi architettura di vigilanza.

Un secondo filone riguarda la distribuzione dei benefici. Un’altra valutazione Onu pubblicata nei giorni scorsi segnala che la rapida diffusione dell’AI può accentuare le disuguaglianze globali se il Sud del mondo resta escluso da potenza di calcolo, dati, infrastrutture e modelli linguistici adatti ai contesti locali. Il tema non è solo etico: è economico